Aidoru di William Gibson

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Articolo aggiornato giorno 16 Dicembre 2017

Dopo aver stregato il mondo con Neuromante, da cui traggono ispirazione film come Johnny Mnemonic e Il Tagliaerbe, e con capolavori del calibro di La notte che bruciammo Chrome (1989) e Monnalisa Cyberpunk (1991), William Gibson ci regala un altro capolavoro: Aidoru (1996) edito in Italia da Mondadori (1997).

Aidoru: la trama

Certamente Laney non se l’era aspettata in questo modo. Più semplicemente come simile ai mille volti femminili, sintetici e di informatica fattura, che negli anni aveva incontrato in maniera più o meno diretta.

Questo era il sistema migliore e normale a Hollywood. Ma lei, l’Aidoru, non era nulla di tutto ciò.

aidoru retro


L’incontro fu per Laney tutt’altro. I capelli neri e lucidi sembravano appena usciti da una rappresentazione a olio di una geisha giapponese. Il taglio era regolare, perfetto, e il cascame sulle spalle lattee e nude attraeva in maniera pudica. Il volto era regolare (perfetto, si potrebbe dire, ma ci si ripeterebbe all’infinito), privo di sopracciglia, e con palpebre e ciglia ricoperte da un sottile strato di polvere bianca, che metteva (se possibile) ancor più in risalto le pupille nere e profonde, nelle quale Laney per un attimo pensò di perdersi.

Ma non era solo l’aspetto, nel suo complesso, era molto di più. Era una sorta di aura del passato che erano riusciti a ricreare attorno a quella figura femminile, come se fosse appena sbucata dal passato di una qualche antica dinastia, con tutte le sue lotte per la supremazia, il lavoro faticoso nei campi per costruirsi un impero, la vita di corte.

 

Le campanule di ferro sulle finiture tintinnanti nel crepuscolo azzurro. Laney ebbe un brivido e in bocca provò un sapore come di metallo arrugginito. Stava cadendo dentro gli occhi dell’Aidoru e si ritrovò a guardare un’altissima parete di roccia che sembrava consistere interamente in piccoli balconi rettangolari, ma nessuno disposto esattamente al livello e alla medesima profondità degli altri. Il Sole arancione del tramonto, che si rifletteva da una finestra inclinata e semiaperta, con il telaio di ferro. Colori simili a chiazze di benzina sull’acqua, che strisciavano nel cielo.

Questa era Aidoru, questo e molto altro, e Laney se ne sarebbe ben presto reso conto.

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Andrea Camporese
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